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Autore Topic: Pirite diseases  (Letto 2290 volte) Bookmark and Share
gpl1
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« il: Gennaio 09, 2009, 11:53:37 »

Apro un post per rispondere anche al post sui fossili di http://www.paleofox.com/forum/index.php/topic,3808.0.html, visto che però spiego in maniera ben dettagliata la metodica....la posto in un link ex-novo

La cosiddetta “pyrite diseases”, che causa il deterioramento di resti fossili piritizzati, consiste in reazioni di ossidazione della pirite in ambiente umido con conseguente formazione di voluminosi cristalli. Howie (1974; 1977a, b; 1979 a, b, c) ha dimostrato che il deterioramento dei fossili piritizzati si verifica in conseguenza di una loro esposizione in ambienti caratterizzati da elevata umidità relativa, generalmente superiore al 60%.
È possibile rimuovere i prodotti di reazione della pirite depositatisi sulla superficie del fossile mediante la procedura elaborata da Lorraine Cornish e Adrian Doyle del Natural History Museum di Londra (2001). Per quanto riguarda l’eventuale presenza di cristalli all’interno della matrice fossile, è solo possibile interrompere o rallentare l’ossidazione della pirite abbassando il tasso di umidità relativa dell’ambiente di conservazione. Lo stoccaggio del fossile in ambiente privo di ossigeno o comunque con una ridotta pressione parziale di questo gas può contribuire alla conservazione del reperto perché rallenta o impedisce tutti i processi ossidativi.
Il protocollo elaborato da L. Cornish e A. Doyle prevede i seguenti pasaggi:
a) il reperto viene posto in ambiente secco (con una umidità relativa del 40-50 %);
b) si procede alla rimozione meccanica di eventuali inquinanti superficiali o sedimenti depositati sul fossile;
c) il campione è completamente immerso in una soluzione compresa tra il 2 ed il 5 % di etanol-ammina tioglicolata (ethanolamine thioglycolate) in etanolo assoluto o in isopropanolo anidro (la ridotta quantità di acqua presente nella soluzione finale non è sufficiente a catalizzare processi di ossidazione della pirite): la soluzione copre completamente il reperto in modo da assicurare un’adeguata diluizione dei prodotti di reazione. L’immersione dura da 1 a 4 ore a seconda di quanto sia avanzato lo stato di decadimento del campione. La neutralizzazione dei prodotti di reazione dell’ossidazione della pirite è testimoniata dal viraggio di colore della soluzione, che assume un colore violetto.
d) il reperto viene rimosso dalla soluzione ed asciugato all’aria prima di essere collocato in un ambiente ad atmosfera controllata caratterizzata da bassa umidità relativa e ridotta pressione parziale di ossigeno.
L’etanol-ammina tioglicolata (ethanolamine thioglycolate) possiede tre importanti caratteristiche che la rendono adatta per il trattamento e la conservazione di resti fossili piritizzati:
a) è una sostanza alcalina ed in soluzione neutralizza gli acidi che potrebbero essere generati dalla reazione di ossidazione della pirite in ambiente umido (ad esempio l’acido solforico);
b) reagisce con i composti del ferro (inclusa la pirite) formando in soluzione ferro-tiogliocolato (ferrothioglycollate) di colore violetto e, quindi, facilmente identificabile;
c) è solubile in etanolo o isopropanolo al pari dei prodotti della sua reazione con quelli derivanti dall’ossidazione della pirite; inoltre, i suddetti solventi evitano il contatto del fossile con quantità di acqua che potrebbero danneggiarlo.
L’attuale stato di conservazione del fossile di coccodrillo si caratterizza per la presenza di depositi di pirite sulla sua superficie, nonché per la presenza di almeno una formazione cristallina di prodotti di ossidazione della pirite all’interno della matrice. Il restauro del fossile quindi ha come obiettivi:
1)   la rimozione della pirite in superficie;
2)   l’arresto od il rallentamento dei fenomeni dei cristallizazione all’interno del fossile;
3)   il consolidamento delle ossa fossili e della matrice che li include.
I primi due obiettivi saranno raggiunti applicando la metodica di L. Cornish e A. Doyle per il trattamento dei resti fossili piritizzati.
Il terzo obiettivo può essere realizzato utilizzando collanti solubili in solventi organici estremamente volatili, come il paraloid da sciogliere in benzina o formaldeide. In questo modo si evita di utilizzare solventi a base di acqua, in grado di favorire fenomeni di ossidazione della pirite.
 
spero che sia chiaro e vi soddisfi come metodica di restauro....
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gpl1
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« Risposta #1 il: Gennaio 28, 2009, 17:22:38 »

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« Risposta #2 il: Gennaio 28, 2009, 20:17:16 »

mi sono attivato alla ricerca degli "ingredienti"....L’etanol-ammina tioglicolata mi torna complicato ma forse forse ho trovato un piccolo aggancio. Per ora il mio trattamento non sta dando segni di degenerazione nonostante l'acqua impiegata però non è passato così tanto tempo...vi informerò in caso di nuovi sviluppi.Ciao a tutti!
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« Risposta #3 il: Ottobre 16, 2009, 12:49:27 »

Se qualcuno legge ancora questo topic, io avrei alcune precisazioni:
1) il "pyrite decay" (o disease) non provoca la formazione di grandi cristalli, o almeno a me non è mai capitato vederne di diemnsioni eclatanti, piuttosto si formano noduli o accumuli pulverulenti di limonite e/o goethite, ben riconoscibili dal colore (giallognolo o grigiastro) e dall'odore di zolfo... diciamocelo: un aspetto che non promette niente di buono (a qualcuno di voi è mai capitato di trovare un cumulo di cenere al posto di un'ammonite?)
2) non è detto che la pirite presente si debba necessariamente alterare: pare che ci siano fossili più predisposti di altri, ma non è ben chiaro quali siano i meccanismi alla base del fenomeno di ossidazione; non entrano in gioco solo la presenza di ossigeno e l'umidità relativa elevata, ma anche aspetti un po' più "intimi" (presenza di batteri, di elementi traccia nel minerale...) sui quali non sto a dilungarmi.
3) l'unica regola d'oro resta: prevenire è meglio che curare, quindi conservate i vostri fossili in contenitori ermetici, es. quelli per alimenti tipo frigo-microonde-lavastoviglie  Occhiolino, oppure sacchetti di polietilene, nei quali si può aggiungere un po' di gel di silice. Ditte specializzate vendono anche sacchetti di "assorbitori" di ossigeno e umidità, ma non esageriamo. Se proprio ci tenete vedere cosa intendo:
http://www.mgc-a.com/rpsystem/rpsys.html
4) sconsiglio a chiunque non sia meno che esperto di laboratorio chimico di cimentarsi con il protocollo di Cornish e Doyle (che per essere precisi è stato inventato verso la metà degli anni '80 e poi rivisto a più riprese).
A parte il fatto che i sali dell'acido tioglicolico sono delle brutte bestie da maneggiare (periocolo di gravi ustioni e danni oculari), il processo è difficile da tenere sotto controllo e vi ricordo che l'etanolammina tioglicolato funziona da chelante del ferro, il che significa che lo asporta... tradotto: si rischia di far collassare irrimediabilmente il fossile  Triste
Alternativa valida e più gestibile in ambiente casalingo (anche per quanto riguarda reperibiltà di prodotti e allestimento dell'accrocchio necessario) potrebbe essere l'uso dei vapori di ammoniaca, ma non ve la voglio fare troppo lunga, eventualmente fatemi sapere se vi interessa

ciao a tutti

p.s.: gpl1, attento a estrapolare procedure dalle relazioni tecniche - perché è questo che è successo, vero?  Occhiolino - corri il rischio di generalizzare casi molto specifici e di descrivere metodiche non facilmente replicabili...
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« Risposta #4 il: Ottobre 16, 2009, 14:56:43 »

Ringrazio per le delucidazioni

io ho trovato polvere al posto dell'ammonite

ma molte volte l'ammonite mezza mangiata con polvere nella scatoletta
ed una certa specie di umidità

quella cosa è?
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« Risposta #5 il: Ottobre 16, 2009, 15:05:56 »

SE LA RELAZIONE TECNICA è MIA...io descrivo quello che ho fatto Linguaccia
e IL PROCEDIMENTO CHE HO USATO,...e ho scritto quello che ho fatto, poi se uno ha voglia di cimentarsi lo fa sennò no...in fin dei conti i lavori servono a questo, li leggi, li studi, vedi se possono servire al tuo caso e poi li applichi.
Nel caso mio era un reperto di un museo importante, parzialmente piritizzato...ed è quella la procedura che ho usato....e non ci entrava nei sacchetti, né nei contenitori da frigo...pesava più di 100KG....!
« Ultima modifica: Ottobre 16, 2009, 15:12:27 da gpl1 » Loggato
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« Risposta #6 il: Ottobre 19, 2009, 11:06:48 »

ma molte volte l'ammonite mezza mangiata con polvere nella scatoletta
ed una certa specie di umidità

quella cosa è?
[/quote]

La polvere è quello che resta dell'ammonite dopo che i solfuri si sono alterati,

quella "specie di umidità" (untuosetta? odore acre?) potrebbe essere l'acido solforico che si forma nel processo di ossidazione e che spesso "brucia" letteralmente anche carta, cartone legno e quanto altro si trova a contatto col fossile  Scioccato
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« Risposta #7 il: Ottobre 19, 2009, 18:22:47 »

allora era acido solforico
si era unta e odore acre confermato

comunque la scatola ha retto
era di plastica
ora non ricordo il tipo
ma dovrei ancora averla

grazie per la spiegazione   Sorriso
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« Risposta #8 il: Dicembre 24, 2009, 10:27:56 »

Io continuo con la mia idea....bisogna stare attenti a cio' che si usa nella preparazione dei fossili...
qui si parla di sostanze con un potere mutageno e cancerogeno incredibile come se si parlasse di acqua fresca, quindi desidero sempre aggiungere alle ottime tecniche illustrate dagli amici la importanza (se vi volete godere i vostri sassi per molti anni ancora) di usare le varie sostanze chimiche in presenza di adeguata attrezzatura( cappe di aspirazione, ambienti protetti etc) e non in ambienti chiusi.
Una piccola considerazione sulla malattia della pirite....non ho mai avuto notizia di trattamenti che definitivamente fermano la degradazione ed una cosa impararata dagli inglesi e' che la prima cosa da fare con un fossile in pirite trovato in ambiente costiero( ove questo sia il caso) e' di fargli un bagno in acqua dolce per eleiminare i sali...chissa' magari una bidistillata...per qualche ora.

Vorrei poi proporvi anche l'opinione dell'ammonite......un buon bagno in etanolo ....hic hic....rende tutto piu' sopportabile..he he he!!!
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« Risposta #9 il: Dicembre 24, 2009, 13:20:18 »

qui si parla di sostanze con un potere mutageno e cancerogeno incredibile come se si parlasse di acqua fresca, quindi desidero sempre aggiungere alle ottime tecniche illustrate dagli amici la importanza (se vi volete godere i vostri sassi per molti anni ancora) di usare le varie sostanze chimiche in presenza di adeguata attrezzatura( cappe di aspirazione, ambienti protetti etc) e non in ambienti chiusi.

quoto appieno Ferrovecchio, le tecniche  illustrate, servono per aumentare anche la professionalità dei discorsi, nel forum...ovvio è che se su un barattolo c'è il simbolo del teschietto...dubito che era usato dai pirati....va da sé che attenzione è d'obbligo, come anche le precauzioni da prendere....poi ognuno è libero di cimentarsi, a proprio rischio e pericolo....
RIPETO...LEGGERE, STUDIARE, E CONOSCERE, sono le migliori armi per non sbagliare...Occhiolino
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