Darwin conquista anche il cinema. Uscito di recente nelle sale cinematografiche statunitensi, il nuovo film di Jon Amiel sta già appassionando critica e pubblico. Si chiama Creation ed è tratto da Annie’s Box, Darwin, His Daughter, and Human Evolution, libro scritto da Randal Keynes, un bis-nipote del grande naturalista, dedicato alle affascinanti scoperte di Darwin e anche al toccante rapporto che lo legava alla religiosissima moglie. Darwin è interpretato dall’attore inglese Paul Bettany, che tra le varie interviste rilasciate per la promozione ne ha realizzata una particolarmente interessante.
Insieme a un giornalista del frivolissimo magazine Vanity Fair, Bettany ha visitato il “Creation Museum”, il celebre museo creazionista inaugurato nel 2007 dai fondamentalisti cristiani americani, convinti assertori di un’interpretazione letterale della Genesi e, pertanto, acerrimi nemici dell’evoluzionismo, una teoria a loro dire indegna di essere insegnata nelle scuole. Bene, dopo una visita al museo creazionista anche a un magazine così poco impegnato come Vanity Fair il museo non può fare a meno di apparire come il risultato di una volgare “pop culture” applicata alla Bibbia.
«È una marcia mozzafiato e letterale attraverso la Genesi, senza alcuna traccia di un’anima; è la Parola fatta pallottole» e ancora «questo posto non se la prende solo con l’evoluzione – mette una croce sopra a geologia, antropologia, paleontologia, storia, chimica, astronomia, zoologia, biologia e buon gusto. Contraddice direttamente e spavaldamente la maggior parte delle -onomie e tutte le –ologie, inclusa maggior parte della teologia». Sono stati questi i commenti che Paul Bettany e il giornalista di Vanity Fair hanno riservato allo Science Center antiscientifico. Il fatto è che quel museo antidarwiniano non è affatto un museo, ma un luogo pensato per fare proseliti e propagandare una fede. Non c’è nulla di male, per carità. Solo che tutto questo non lo si può fare in nome della scienza, altrimenti si cade nel ridicolo o addirittura, come ha sentenziato anche Vanity Fair – che di queste cose se ne intende – si cade nel trash.
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