scipionix
Molecola Inorganica
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« il: Febbraio 16, 2010, 23:14:02 » |
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Vi riporto qui le informazioni contenute nel sito della pro loco di Pietrafitta, che, per chi non lo sapesse, è un paesino alle porte di Perugia, dove vi è una centrale enel a combustibile fossile (lignite) oggi riconvertita e funzionante a metano. Per decenni, migliaia di resti fossili di mammuth, cervi e tante altre specie sono stati bruciati per produrre energia o raccolti da privati e quindi facenti parte di collezioni private (illegali). Gli unici resti dei fossili "superstiti" sono esposti al museo presente all'interno della centrale enel, che può essere visitato su prenotazione. Io ci sono stato e ci sono i resti dei mammuth che sono stati asportati dal terreno e sono visibili così come li hanno trovati e poi c'è una specie di magazzino in cui ci sono migliaia di scatoloni con tutti i vari altri fossili di tutte le specie rinvenute in loco.
I FOSSILI DI PIETRAFITTA Attraverso alcune testimonianze si è certi che le ligniti di Pietrafitta venivano sfruttate in passato dalle popolazioni locali come combustibile da riscaldamento. Queste opere di scavo, di modesta entità, sembra che portarono già agli inizi del 1900 all’individuazione dei resti fossili in essa contenuti, anche se nessuno li prese mai in considerazione. Bisogna arrivare agli anni ’60, dopo l’inizio dell’attività industriale perché qualcuno, Luigi Boldrini da tutti chiamato “Gigino”,capo squadra alle dipendenze dell’Enel, provvedesse a “scoprire” e a capire l’importanza dei fossili. Come disse e scrisse nelle sue memorie non fu proprio un caso:
<< …1966: La centrale è ferma per riparazione; io sono trasferito come tecnico in Calabria nella miniera di lignite del Mercure.Il mio compito era di assistere l’estrazione e trasporto della lignite dalla miniera alla centrale. Al Mercure sono rimasto per un anno, in quel periodo ho trovato in mezzo alla lignite interessanti resti fossili; ossi di animali di un milione di anni fa. Capii subito che erano ritrovamenti interessanti e così cominciai ad appassionarmi alla ricerca e recupero dei fossili. Quando riaprì la miniera di Pietrafitta , ritornai al mio lavoro con la qualifica di assistente CAT/BS/ capo turno di miniera; lo feci con altro spirito, con l’occhio sempre fisso sui banchi di lignite dove lavorava la macchina escavatrice per individuare qualche resto fossile. Il primo resto fossile che trovai era una tibia di Leptobos, un animale oggi estinto…>> [/i]
Da allora molti resti ossei sono stati recuperati, e oggi si trovano collocati per la maggior parte in alcuni locali dell’Enel e in parte nell’abitazione del Sig. Luigi Boldrini. Molti, tra studiosi ed appassionati, si chiedono ancora oggi perché la collezione paleontologica di Pietrafitta si trova separata in più locali, la motivazione è molto semplice e descritta perfettamente da “Gigino”:
<<… Quando ho iniziato le ricerche nel 1966 nei vecchi uffici di miniera non c’erano locali disponibili per poter collocare questi fossili, così mi procurai una baracca di legno, poi una seconda, una terza, finchè per mancanza di spazio e perché venivano sfasciate le baracche per rubare i miei ritrovamenti, decidemmo insieme all’Ing. Curli di portarli in un mio locale per avere maggiore sicurezza e la possibilità di riparali e di curarli. E’ per questo che i miei ritrovamenti si trovano separati… >>
La raccolta dei resti fossili è iniziata quindi negli anni ’60 e continuata fino alla metà degli anni ‘90, questo anche grazie al personale dell’Università di Perugia e dell'Enel. Quando, durante i lavori di scavo per la coltivazione o per lo sbancamento dei terreni di copertura, si individuava la presenza di un reperto fossile, la zona interessata veniva isolata e si iniziavano così i lavori di recupero, questi variavano a seconda della giacitura del fossile, della sua grandezza e dei terreni che lo racchiudevano.
<<…Per ricerca e recupero dei fossili s’intende di seguire la macchina escavatrice e di essere presente quando questa incontra un fossile che si trova dentro il banco di lignite, seguire le tracce alla ricerca del resto dell’animale, e questo tanto sotto il sole d’estate, che sotto le piogge d’autunno, che in inverno. Per il ritrovamento dei fossili ci vuole molta esperienza, volontà capacità e pazienza.Inoltre individuato il fossile, dovevo calcolare quanto tempo avevo a disposizione per non intralciare la produzione della lignite; molte volte ho lavorato per tanti giorni togliendo tonnellate di lignite per portare alla luce i reperti, ma tornando il giorno dopo in miniera, scoprivo che del mio lavoro non era rimasto nulla, perché la macchina escavatrice aveva divorato tutto…>>
(Luigi Boldrini, scritti; 1995/96). Non sempre il lavoro e la fatica per portare alla luce un fossile erano premiate, purtroppo l’estrazione della lignite per produrre energia non poteva essere fermata e spesso le macchine escavatrici distruggevano il lavoro di isolamento del reperto che richiedeva giorni e giorni di lavoro. Pur avendo perso un grandissimo quantitativo di reperti fossili, tutto ciò che è stato recuperato e salvato, rappresenta oggi, soprattutto per il numero di specie rinvenute, uno dei più ricchi e importanti patrimoni paleontologici non solo presenti nel territorio italiano ma anche europeo.
L’ASSOCIAZIONE FAUNISTICA DI PIETRAFITTA Sono stati individuati e recuperati fino ad oggi a Pietrafitta i resti fossili dello scheletro di un centinaio di individui (escludendo le microforme) rappresentati principalmente da mammiferi e in parte da anfibi, rettili e uccelli.Oggi la lignite risulta praticamente esaurita e rimane solamente una piccolo banco minerario (Poderone), che essendo scaduta la concessione con molta probabilità verrà ricoperto dallo sterile di riporto.I resti dei vertebrati fossili e quelli dei mammiferi in particolare, sono stati oggetto di molti studi che hanno permesso di identificare: In particolare i resti dall’elefante meridionale (Mammuthus meridionalis vestinus), sono quelli più abbondanti. Probabilmente il Mammuthus meridionalis era un frequentatore abituale del paleoambiente palustre per la disponibilità di cibo e la presenza di acqua. Resti meno abbondanti testimoniano la presenza di un rinoceronte di media taglia, Stephanorhinus cf. hundsheimensis . Piuttosto abbondanti sono anche i resti di bovidi, Leptobos aff. vallisarni e cervidi Pseudodama farnetensis e Megaloceros obscurus. Molti resti rinvenuti nel corso degli anni, e rappresentanti in modo sufficientemente completo l’intero apparato scheletrico, testimoniano la diffusa presenza del castoro (Castor plicidens) a Pietrafitta .Sono presenti anche rari resti un equide (Equus sp.). I micromammiferi, mammiferi di peso inferiore a 5 Kg, che rivestono una importanza rilevante nelle ricostruzioni paleoambientali e nelle correlazioni biostratigrafiche, sono presenti a Pietrafitta con diverse specie: Microtus (Allophaiomys) cf. ruffoi, Microtus (Allophaiomys) chalinei, Mimomys pusillus, Sorex sp., Talpa sp. e Sciurus sp..Ricca anche l'erpetofauna scavata dalle ligniti con abbondanti resti attribuiti alla tartaruga di acqua dolce, Emys orbicularis e diversi reperti di alcune specie del genere Rana, Latonia, Natrix e Vipera .
METODO DI RECUPERO DEI FOSSILI Molto spesso i reperti si presentavano in un ammasso di ossa, fratturate, disposte in modo caotico e sovrapposte le une sulle altre; si doveva quindi in primo luogo decidere se l’estrazione doveva essere effettuata in un unico blocco o in blocchi separati per facilitare il lavoro di recupero e di trasporto.I fossili venivano messi allo scoperto usando piccoli utensili forgiati a scalpello o martelline con punta a taglio, ideali per isolarlo e staccarlo dal materiale circostante. Si ricopriva poi con carta inumidita, sulla quale si effettuava una colatura di gesso, ma più frequentemente di cemento a rapida presa. Veniva costruita poi di volta in volta sul posto una intelaiatura in filo di ferro per rendere più rigido il blocco, e facilitarne il trasporto. Dopo il trasporto in laboratorio avvenivano le operazioni di distacco del fossile dalla lignite e dal cemento (alcuni fossili sono ancora oggi inglobati nel cemento). Nella raccolta paleontologica sono anche conservati resti scheletrici di pesci, che non sono mai stati oggetto di studi sistematici. Questi resti permettono di attribuire l'associazione faunistica a mammiferi di Pietrafitta all'Unità Faunistica di Farneta, del Villafranchiano superiore (Pleistocene inferiore, 1.6 - 1.4 My B.P.). E’ dagli anni ’60 che si sta parlando di collocare i reperti paleontologici di Pietrafitta in una struttura adeguata all’importanza che essi rivestono, ma da allora ancora oggi giacciono in locali inadeguati all’esposizione.Luigi Boldrini , oggi scomparso, sognava che i “suoi” reperti fossero collocati in un museo dove tutti potessero osservarli e vedere il grande lavoro da lui svolto. Lui stesso scrisse: <<… Ho riportato alla luce questi animali , li ho riportati a rivedere il cielo e la pianura di Pietrafitta dove un milione di anni fa transitavano e pascolavano. Oggi tutti noi possiamo ammirarli: ad essere sincero sono orgoglioso di quello che ho fatto. Posso dire con tranquillità: questi sono i miei ritrovamenti, questi sono i fossili di un milione di anni fa a disposizione di studiosi e pubblico di tutto il mondo…>> Oggi, sei anni dopo la sua morte sembra che qualche cosa si stia muovendo, e come disse Phantom F. Harlock, “I SOGNI NON SVANISCONO, FINCHE’ LE PERSONE NON LI ABBANDONANO” e a noi non resta che sognare ancora!
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