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Autore Topic: Sediba, l'australopithecus antenato?  (Letto 314 volte) Bookmark and Share
niccosan
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« il: Settembre 10, 2011, 17:18:09 »

http://www.galileonet.it/articles/4e69daae72b7ab308400010b

Cranio, mani, piedi e bacino potrebbero fare di Australopithecus sediba il miglior candidato al titolo di progenitore di noi esseri umani. È questa la conclusione a cui sono arrivati cinque diversi studi pubblicati su Science, tutti basati su analisi estremamente dettagliate di alcuni fossili ritrovati in Sudafrica nell’estate del 2008. La scoperta, oltre a fornire preziose informazioni sull’evoluzione dei nostri antenati, colmerebbe il vuoto esistente tra gli australopitechi più antichi - quelli di cui faceva parte la famosa Lucy, per intenderci - e gli H. erectus, scalzando forse il posto al caro vecchio Homo abilis.


Fin dalla loro scoperta, avvenuta nella Riserva naturale di Malapa (vedi Galileo, "Presentazioni ufficiali per Australopithecus sediba"), i fossili hanno destato particolare interesse soprattutto alla luce di alcune caratteristiche che li rendono per certi aspetti più simili all'Homo erectus, per altri ancora molto vicini al genere Australopitechus. Proprio per questo, i due paleoantropologi della Wits University di Johannesburg che li scoprirono, Lee Berger e Job Kibii, scelsero il nome di  A. sediba, che nella lingua locale, il Sotho, vuol dire "ruscello" o "sorgente naturale", a voler indicare il possibile inizio del ramo evolutivo da cui discendiamo anche noi.


Così ha preso il via un grande studio che ha coinvolto oltre 80 scienziati di tutto il mondo. Come hanno sottolineato gli autori, le ricerche sono pressoché uniche nel loro genere grazie agli strumenti d’analisi utilizzati e alla qualità dei reperti di sediba: suoi sono i più completi resti di mano mai descritti, il più integro bacino mai scoperto, la più accurata scansione endocranica mai realizzata; se non bastasse, vi si aggiunga anche una delle datazioni più precise mai stimate per un sito africano.


Fra tutte le parti prese in esame, il cervello e le mani sono senza dubbio i tratti che avvicinano di più A. sediba agli uominidi più moderni. Come infatti ha rivelato la scansione ultrasottile del cranio del fossile MH1 (un bambino di circa 11 anni vissuto 1,97 milioni di anni fa) realizzata presso la European Synchrotron Radiation Facility di Grenoble, in Francia, la forma somiglia molto a quella umana, anche se le dimensioni (440 cm cubici) sono ancora paragonabili a quelle degli scimpanzé. Questa osservazione ha importanti conseguenze sulle teorie antropologiche: una tale organizzazione cerebrale, infatti, sembrerebbe favorire un modello di evoluzione del cervello che prevede una graduale riorganizzazione cerebrale, e che è dunque completamente in contrasto con quello finora più accreditato.


Dall’analisi della mano di MH2 (una donna di circa trent'anni vissuta esattamente nello stesso periodo di MH1), i ricercatori hanno poi tratto importanti conclusioni sulle capacità manipolatorie e deambulatorie dell’ominide estinto. “Le mani sono uno dei tratti più distintivi dell’uomo”, ha spiegato Tracy Kivell, ricercatrice del Dipartimento di Evoluzione Umana del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology in Germania e autrice di uno degli articoli: “Di solito le scimmie hanno lunghe dita per afferrare rami o per l'uso in locomozione, ma hanno anche dei pollici corti e quindi una ridotta capacità ad afferrare gli oggetti”. A. sediba, invece, aveva una mano per certi versi più simile a quella dell’essere umano, pur mantenendo una notevole muscolatura carpale. Secondo gli autori, queste due caratteristiche indicano con estrema probabilità come questi ominidi fossero sì in grado di fabbricare e utilizzare utensili, ma al tempo stesso utilizzassero ancora le mani afferrare i rami.


Simili conclusioni sono state tratte anche dall’analisi del bacino e del piede, mostrando anche qui caratteristiche tipiche del genere Homo, alternate ad altre peculiari degli altri primati. “ L'insieme di queste osservazioni – ha concluso Lee Berger - fa di A. sediba il più probabile progenitore dell’Homo sapiens e neanderthalensis, molto più dell’Homo abilis”. Un’affermazione forte, che in pochi, nel mondo della paleontologia umana, sembrano condividere, come dimostrano i commenti pubblicati da Nature. Donald Johanson, niente meno che lo scopritore di Lucy, ora alla Arizona State University di Tempe, aspetta di vedere dettagliate comparazioni di sediba con i primissimi Homo, compreso l’abilis. E anche Bernard Wood, della George Washington University, si dice scettico: è possibile che sediba sia un nostro antenato, dice, ma non probabile. Una seconda possibilità infatti, non esclusa dallo stesso Berger, è che questo ominide sia un altro ramo secco di australopitechi (vai alla gallery su Flickr)


Riferimento: Science

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niccosan
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« Risposta #1 il: Settembre 15, 2011, 15:52:20 »

CRONACA – È una vecchia (e pessima) abitudine, quella di gridare alla rivoluzione ogni volta che irrompe sulla scena, ormai del resto piuttosto affollata, un nuovo fossile di ominide. È successo anche questa volta con Australopithecus sediba, scoperto tre anni fa in Sudafrica e presentato in gran dettaglio la settimana scorsa su Science. Neanche il tempo per un’occhiata alla suggestiva copertina della rivista, con quella piccola mano che pare delicatamente appoggiata sul foglio, che in giro è stato subito un pop up frenetico di titoli a effetto sull’anello mancante tra l’uomo e il suo antenato Lucy e sulla necessità di riscrivere la storia dell’evoluzione umana. Eppure, in queste cose bisogna andarci con i piedi di piombo: la scoperta è importante, non c’è dubbio, ma al di là di quanto propone l’autore della scoperta, sulla posizione precisa di Au sediba nel groviglio di ominidi che calpestavano il suolo africano due milioni di anni fa non è stata ancora detta l’ultima parola. Né dirla sarà poi tanto facile .

Una cosa è certa: i due fossili descritti su Science sono effettivamente sorprendenti. Parliamo di due scheletri parziali, un maschio adolescente e una femmina adulta, in ottimo stato di conservazione, risalenti a 1,97 milioni di anni fa e con caratteristiche che sono il sogno (o l’incubo) di tutti i ricercatori del settore: in parte moderne, già da Homo, in parte antiche, ancora da australopiteci (insomma, più “scimmiesche”). A imbattersi nella clavicola di uno dei due, nei pressi della grotta di Malapa, a 40 km da Johannesburg, è stato nell’agosto del 2008 un fortunato bambino, che aveva dalla sua anche un paio di circostanze nettamente a favore. Intanto il fatto di trovarsi a girellare niente meno che nella Cradle of Humankind, la culla dell’umanità, un ampio sistema di grotte con una delle più alte concentrazioni di fossili di ominidi al mondo. E poi il fatto di essere figlio di un paleoantropologo, Lee Berger, dell’Università di Witwatersrand. Che ovviamente non si è lasciato sfuggire il colpaccio.

Una prima presentazione ufficiale dei fossili c’era stata già l’anno scorso, sempre su Science (e sempre con una copertina dedicata). Secondo Berger era chiaro fin da allora che si trattava di una nuova specie, chiamata appunto Australopithecus sediba, le cui caratteristiche intermedie potevano far pensare niente meno che a un antenato del genere Homo. Apriti cielo. Già allora la comunità dei paleoantropologi, di suo una delle comunità scientifiche più litigiose in assoluto, cominciò ad accapigliarsi: Au sediba può essere davvero un antenato di Homo o è “solo” un ominide in più nel complicato cespuglio dei nostri antichi parenti? E poi: sarà stato corretto attribuirlo agli australopiteci o era forse meglio infilarlo subito tra gli Homo? Con la nuova serie di articoli su Science, dedicati a vari aspetti della morfologia dei due individui, la discussione si riapre, più accesa che mai.

Partiamo dal cranio: i ricercatori hanno sottoposto quello del maschio adolescente a una scansione molto sofisticata al sincrotrone di Grenoble, che ha permesso di dedurre alcune caratteristiche del cervello che c’era dentro.

Viste le dimensioni del cranio, il cervello doveva essere molto piccolo, più o meno come quello di uno scimpanzé, ma l’analisi effettuata dice che possedeva già caratteristiche moderne, come una particolare organizzazione del lobo frontale e di una regione in corrispondenza della tempia sinistra, che negli esseri umani è collegata al comportamento sociale, al linguaggio e all’uso di strumenti. Insomma, secondo Berger è un cervello che comincia a organizzarsi in modo “umano” pur essendo ancora piccino: un’osservazione che sembra contrastare la diffusa linea di pensiero secondo cui l’evoluzione del cervello nella nostra specie sarebbe stata guidata prima dall’aumento di dimensioni e poi dalla riorganizzazione interna.

Discorso analogo per il bacino: ancora piccolo, con una canale del parto piuttosto stretto, come negli australopiteci, ma con ossa che per forma e angolatura ricordano quelle umane. Anche qui: si è sempre pensato che a guidare l’evoluzione del bacino umano sia stata la necessità di partorire neonati con la testa grossa, ma la testa di Au sediba è piccola. Dunque, deduce Berger, la spinta evolutiva deve essere stata un’altra, probabilmente legata alla locomozione bipede. E veniamo agli arti: un braccio lungo come quello di un australopiteco, ma con una mano che sembra avere caratteristiche proprie di Homo (dita corte e pollice lungo, che forse consentivano di afferrare oggetti con grande precisione); un piede scimmiesco con una caviglia praticamente umana.

Un paleo-puzzle che per Berger parla chiaro: non c’è ragione per non considerare Au sediba un potenziale antenato del genere Homo. Non tutti, però, sono d’accordo. Tanto per cominciare, c’è chi contesta – e non sono pochi – le conclusioni tirate da Berger per ogni singolo tratto anatomico dei suoi scheletri. Secondo il neuropaleontologo Ralph Holloway della Columbia University, per esempio, sarebbe prematuro affermare che il cervello di Au sediba sia più moderno di quello di altri australopiteci, perché non sono stati fatti confronti estesi con altri membri sudafricani del genere Australopithecus. O ancora: per William Jungers della Stony Brook University, la mano dell’ominide sarebbe ancora una mano di australopiteco. E sulla faccenda dell’origine di Homo le cose si complicano ancora di più.

Prendiamola da lontano, dal primo australopiteco descritto. Si tratta di un fossile rinvenuto proprio in Sudafrica nel 1924, risalente a 2,5 milioni di anni fa circa e “battezzato” Australopithecus africanus. Per un certo periodo, Au africanus è stato considerato un antenato diretto del genere Homo. Poi è arrivata l’etiope Lucy (Australopithecu afarensis), vecchia di 3,2 milioni di anni, e la musica è cambiata: lo scettro dell’antenato di Homo è passato al nuovo australopiteco e le luci della ribalta si sono spostate tutte sull’Africa orientale, lasciando il Sudafrica nel buio completo. “Colpa anche del regime di Apartheid, che non aveva certo interesse a studiare l’origine dell’uomo, e del boicottaggio della comunità scientifica internazionale verso tutto quello che veniva dal Sudafrica”, dice Jacopo Moggi Cecchi, paleoantropologo dell’Università di Firenze, studioso di ominidi sudafricani.

Dopo Lucy e prima di Homo, comunque, è il vuoto. O, meglio, il caos. Il primo rappresentante certo del nuovo genere è Homo erectus, i cui resti più antichi, risalenti a circa 1,9 milioni di anni fa, sono stati ritrovati in Kenya e Sudafrica. Prima di lui si contano una mascella vecchia di 2,3 milioni di anni trovata sempre in Etiopia e attribuita al genere Homo, e poi i fossili di Homo habilis e Homo rudolfensis, che per alcuni, ma non per tutti, potrebbero essere gli antenati diretti di H. erectus. Ora, in più, c’è Au sediba. Lo so, la domanda sorge spontanea: se c’era una mascella di Homo in giro già 2,3 milioni di anni fa, come è possibile che un ominide vissuto dopo sia un predecessore di Homo? Berger, però, ha la risposta pronta: intanto, sostiene, non possiamo essere certi che quella mascella sia davvero di Homo. E poi, nulla vieta che i due scheletri di Malapa rappresentino esemplari tardivi di una specie che, in un altro tempo e magari in un altro luogo, ha dato origine ai primi Homo.

Moggi Cecchi non è tra quelli convinti dalla proposta: “Ci ostiniamo a cercare l’antenato diretto, ma dobbiamo cominciare a renderci conto che un paio di milioni di anni fa la situazione era talmente complessa che difficilmente arriveremo a una soluzione”. È il motivo per cui gli si rizzano i capelli sulla testa quando sente parlare di anello mancante, un concetto che presuppone quello di catena, cioè di una sequenza successiva di eventi legati l’uno all’altro. “Invece dovremmo cominciare a pensare in termini di cespuglio, per di più molto ramificato. I nostri progenitori diretti probabilmente hanno condiviso la loro storia con una gran quantità di ominidi che poi si sono estinti. Rami secchi insomma. Ecco, io penso che sia più parsimonioso pensare che Au sediba sia un ramo secco, piuttosto che un ramo verde”. Il che non significa che non sia importante, anzi. Trovare nuovi membri nella grande famiglia degli ominidi è sempre importante, e lo è anche tornare a far luce sul ricchissimo patrimonio di fossili del Sudafrica. Che il nostro tris-tris-tris-tris nonno sia sudafricano, oppure no.

[La foto di apertura è cortesia di National Geographic; le altre dell'Università di Witwatersrand].







http://oggiscienza.wordpress.com/2011/09/14/australopithecus-sediba-parente-sicuro-antenato-chissa/
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« Risposta #2 il: Settembre 17, 2011, 00:52:09 »

che dire... siamo alle solite....
l'antenato, l''anello di congiunzione, la nuova specie...

io continuo a chiedermi se davvero soono tutte specie diverse o popolazioni diverse, almeno dagli australopitechi in poi...
per alcuni heidelbergensis e herectus sono due specie, per altri sottospecie etc etc
come ha detto dawkins la mente discontinua ci confonde le idee...
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« Risposta #3 il: Settembre 17, 2011, 21:11:37 »

in mezzo a tutto questo marasma,c'è qualcuno che ha ipotizzato,che il genere homo sia stato creato da alieni,mescolando il loro DNA con quello degli ominidi,facendo cosi crearono una specie più intelligente,da usare come manovalanza.A mio vedere i ricercatori,non hanno ancora tutti gli elementi,per districare una matassa cosi ingarbugliata come l'evoluzione umana.
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« Risposta #4 il: Settembre 18, 2011, 15:04:06 »

spero che il post prtecedente si in "modalità ironica"....
purtroppo a parlare con persone in giro, c'è qualcuno che crede veramente in tutto ciò....
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« Risposta #5 il: Settembre 18, 2011, 18:27:47 »

la mia era ironia,ma come dici tu,tanti ci credono,ripeto che la storia della nostra evoluzione è ancora un ginepraio.
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« Risposta #6 il: Settembre 18, 2011, 18:47:28 »

Se qualcuno fosse interessato posto qualche documento interessante che ho trovato, con tanto di didascalie comparative:

Descrizione generale e comparazione con altri reperti di Australopithecus:
http://evolutionaryanthropology.duke.edu//uploads/assets/Sebiba%20Berger%20et%20al.pdf

Anatomia della mano:
http://www.eva.mpg.de/evolution/pdf/Kivell_et_al_2011.pdf

Geologia e stratigrafia relative al ritrovamento:
http://www.cancerresearch.unsw.edu.au/SOMSWeb.nsf/resources/POM1001/$file/Apr2010.pdf
« Ultima modifica: Settembre 18, 2011, 18:51:19 da PaleoItaly » Loggato
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« Risposta #7 il: Settembre 19, 2011, 11:29:25 »

credendo di fare una cosa utile, ho riassunto un pò la situazione generale della paleoantropologia ad oggi. questo è il link:


http://aldopiombino.blogspot.com/2011/09/lo-stato-dellarte-della-paleontologia.html
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